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Finding the Blues: The White Stripes songbook

di Bernardo Cioci

La storia, già canonizzata nell'iconografia minore del rock, fa più o meno così. Due ragazzi di Southwest Detroit (non importa se siano marito e moglie o fratello e sorella, tanto non sapremo mai la verità) decidono di mettere su un complessino per fare un po’ di rock‘n’roll, quello di una volta però, senza troppi fronzoli e sciccherie, quello che negli anni '50 e '60 era figlio diretto del blues e dell'R&B. In verità i fronzoli sono così pochi che i due intuiscono subito di non aver bisogno di altri musicisti: Jack White prenderà in mano chitarra e piano, mentre Meg White si sistemerà dietro una batteria striminzita, imparata a suonare giusto per l'occasione. Del resto chi se ne frega, se è vero che i vecchi bluesmen giravano gli States con questo e poco altro.
Nascono così i White Stripes, una delle storie di successo più strane del 2003. Proprio in questi giorni "Elephant", quarto e forse migliore album del duo, sta occupando le primissime posizioni della classifiche inglesi e americane (in Inghilterra è addirittura rimasto al primo posto per due settimane, e continua ad oscillare fra le prime tre posizioni), un risultato che avrebbe fatto ridere di gusto - loro e i loro ascoltatori - se fosse stato pronosticato quattro anni fa. Ma ciò che colpisce maggiormente dell'affaire White Stripes è la loro strenua, netta opposizione alla tecnologia, filosofia sonora che ha portato a Top of The Pops un album registrato al Toe-Rag di Londra, studio dotato soltanto di apparecchiatura antecedente al 1963.
Potremmo parlare a lungo di un approccio tanto schivo da compromessi, che qualcuno ha avuto il coraggio di definire neoluddista, ma con questo commento critico siamo più interessati ad esaminare in dettaglio le canzoni pubblicate nei quattro album dati alle stampe finora. Solo così avremo la conferma della nostra tesi: che Jack e Meg White altro non sono che un’enciclopedia vivente, spesso ispiratissima, di tutta la tradizione pop angloamericana.

The White Stripes (1999, Sympathy For The Records Industry - 2001, XL Recordings)

Jimmy The Exploder - La regola d’oro è partire con una gran canzone, e i due White l'hanno assimilata bene. Jimmy The Exploder, oltre ad essere il miglior pezzo dell'album, mette subito in chiaro che i concittadini MC5 sono fra gli ascolti preferiti di Jack e Meg.
Stop Breaking Down - Il trattamento isterizzante è White Stripes al 100% ma basta ascoltare lo stile del riff, inconfondibile, per capire che questa non è farina del loro sacco. Stop Breaking Down apparterrebbe a Robert Johnson, uno dei mostri sacri di tutta la musica popolare americana, ma è stata "rubata" dai Rolling Stones nel momento in cui l'hanno inclusa su Exile on Main Street, rendendola così doppiamente difficile.
The Big Three Killed My Baby - Una canzone un po' sciocchina costruita su un giro semplicissimo e l'inconfondibile stop-and-go di Meg. E' il prototipo non del tutto riuscito di There's No Home For You Here, pubblicato sul recentissimo Elephant (vedi sotto).
Suzy Lee - Il dialogo fra slide ed elettrica salva il pezzo dall'anonimato che farà invece capolino fra qualche minuto.
Sugar Never Tasted So Good - Un blues acustico dal vago rimando ai Led Zeppelin di III. Buono, anche se i nostri faranno di meglio in futuro.
Wasting My Time - Dagli Zep acustici a quelli elettrici, ovvero il blues del Delta filtrato attraverso gli occhi del rock bianco. Se prima eravamo nei dintorni di III, qui siamo in pieno Led Zeppelin I.
Cannon - L'artigianato di Jack White è ancora un po' grezzo e permette a qualche pezzo di scivolare senza traccia: Cannon è costruita su un riff tagliato con l'accetta e nient’altro.
Astro - Sotto le cure dei compianti Make Up sarebbe stata materia per tirare su un gran pezzo garage-gospel-funk, mentre con i White Stripes non si eleva e rimane "soltanto" un piacevole stomper. Pazienza.
Broken Bricks - Un altro riff, stavolta quasi rockabilly, unito ad un ritornello decisamente azzeccato. E' così che vorremmo sempre sentire i loro pezzi più tirati.
When I Hear My Name - Comincia a svelarsi il problema di tutto il disco, interessante solo a tratti e costruito attorno ad accordi elementari e pesantemente imparentati con molti standard di blues. Nessun allarme, dato che gli Stripes correggeranno il tiro fin dall'uscita successiva.
Do - Un blues lento e scritto come si deve. Segnatevi il nome di John Lee Hooker, perché è il padrino di molte canzoni degli Stripes.
Screwdriver - Un rock'n'roll per dannati, sarebbe da far interpretare ai Gun Club d'annata.
One More Cup of Coffee - Per quanto si sforzi, la voce di Jack non riesce ad avvicinare i sublimi deragliamenti di mastro Dylan, mentre il primitivismo applicato in questa sede ne scarnifica del tutto la visione. In origine era tra le cose migliori di Desire.
Little People - Ampiamente evitabile, incentrata com'è su un solo, monotono accordo. Un raro caso in cui il minimalismo che li renderà leggendari pesa come un macigno e si trasforma in noia pura.
Slicker Drips - Togliete il basso ai Motorhead (!), rallentateli all'inizio e lanciateli in questo crescendo psicotico di un minuto e mezzo. Se l'idea vi sembra divertente, sapete a chi rivolgervi.
St. James Infirmary Blues - Traditional che si trovava nel repertorio di molte big band a cavallo fra le due guerre. Per l'occasione viene trasformato in una piccola gemma che sarebbe tanto piaciuta a Kurt Weill.
I Fought Piranhas - Blues a tratti sonnacchioso e a tratti infuriato, buona chiusura per un album promettente ma ancora troppo succube della tradizione da cui proviene.

De Stijl (2000, Sympathy For The Records Industry - 2001, XL Recordings)

You're Pretty Good Looking (For a Girl) - E' una deliziosa canzoncina bubblegum, di quelle che le radio americane trasmettevano senza sosta nei primi anni '70. Lascia subito sperare in un album più vario del precedente.
Hello Operator - Tornano subito gli Stripes che conosciamo bene, con un blues da gruppo inglese della prima British Invasion.
Little Bird - Ovvero il primo grande blues dei White Stripes, infuocato da un lavoro alla chitarra slide che mostra tutti i progressi tecnici compiuti da Jack nel giro di un anno scarso.
Apple Blossom - Riprende in mano il discorso lasciato con St. James Infirmary Blues. In qualche modo riconduce al pop anteguerra, come se fosse stata tirata fuori da uno spettacolo di Cole Porter.
I'm Bound to Pack It Up - Splendido momento acustico che riporta ancora una volta ai primi Led Zeppelin. Forse il picco assoluto della raccolta.
Death Letter - E' una cover di Son House che nelle mani del gruppo diventa un potente blues elettrico. Anche Muddy Waters era un discepolo di House, e si sente.
Sister, Do You Know My Name? - Torna la slide, per infiammare un blues piuttosto vicino allo stile della Louisiana.
Truth Doesn't Make a Noise - Una ballata intensa, simile a quelle che Neil Young scriveva per i suoi primi dischi da solista. Già al secondo disco appare chiaro che Jack sia costantemente in cerca di nuovi modelli d'ispirazione.
A Boy's Best Friend - Forse l'unico pezzo dimenticabile. Troppo lungo, e senza un vero ritornello che arrivi a sbrogliarne la matassa.
Let's Build a Home - Un boogie ripetitivo e distorto, sullo stile del primo disco.
Jumble, Jumble - Ruvido garage che congiunge i Sonics alle radici del blues. Ideale per chi sostiene che quasi tutti i gruppi psych, negli anni '60, avevano pesanti debiti con la tradizione.
Why Can't You Be Nicer to Me? - Uno dei blues più duri e potenti che sia uscito dalla chitarra di Jack. La gentilezza, lo vedremo anche in seguito, sembra essere una delle sue ossessioni, specialmente nei blues.
Your Southern Can Is Mine - Onore al coraggio di Jack: si prende la briga di scomodare Blind Willie McTell e ne esce indenne se non proprio vincitore. La voce non è ovviamente paragonabile a quella del bluesman della Georgia, ma il feeling del brano sì. Tanto basta a chiudere un album di notevole spessore.

White Blood Cells (2001, XL Recordings)

Dead Leaves And The Dirty Ground - John Lee Hooker se fosse stato bianco e in preda a frequenti crisi nervose, ma anche un gran modo di iniziare l'album che nel giro di pochi mesi darà la fama ai fratelli White.
Hotel Yorba - Pezzo divertito, sospeso fra country e pop, come se Nashville fosse una famosa località nel nord dell'Inghilterra. E' incredibile che sia stato scelto come primo singolo, ed è ancor più incredibile che abbia avuto un buon successo.
I'm Finding It Harder To Be A Gentleman - Un bluesaccio elettrico in piena regola, in cui gli Stripes si avvicinano al suono del grande blues di Chicago.
Fell In Love With A Girl - Vetta pop e primo vero successo del gruppo, capace di cancellare in due minuti scarsi ogni distanza temporale fra Pixies e 13th Floor Elevators.
Expecting - Si può parlare di un vero e proprio stile: riff blues "appesantito" e ritmo frammentato, cortesia di Meg. Ormai si può parlare di trademark.
Little Room - Cinquanta secondi di ritmo sostenuto e voce che accompagnano una nenia da teatro vaudeville anni '20.
The Union Forever - Brano allucinato che si accosta subito a Little Bird e in generale alla manciata di grandi blues scritti dai due White.
The Same Boy You've Always Known - Una fra le migliori ballate del disco, e ancora una volta il paragone col primo Neil Young viene naturale.
We're Going To Be Friends - Altra ballata, delicatissima e memore del Paul McCartney di Ram, che ha per protagonista la stessa Suzy Lee del primo album.
Offend In Every Way - Un altro gran riff che attinge a piene mani dai blues ipnotici di John Lee Hooker.
I Think I Smell a Rat - Ecco come suona un gruppo garage tornato da una vacanza-psicodramma ad Istanbul. Può sembrare strano, ma non sfigurerebbe su Nuggets.
Aluminium - Indubbiamente un brano minore, senza testo e animato da un riff preso in prestito dai Black Sabbath.
I Can't Wait - Insolita ballata elettrica che si colloca fra le cose migliori del gruppo, mettendo in mostra un evidente amore per gente come Husker Du e Replacements. L'attacco è simile a quello di Heart-Shaped Box dei Nirvana.
Now Mary - Un buon country contrappuntato dalle fiammate chitarristiche che piacciono tanto ai nostri eroi.
I Can Learn - Parte in minore ma viene subito affiancato da un riff elettrico al granito. Ogni disco dei White Stripes sembra contenere almeno un brano più anonimo degli altri; I Can Learn conferma in pieno la regola.
This Protector - Jack si fa perdonare subito e sceglie di chiudere alla grande, con un blues pianistico sfilato di soppiatto al Dr John più intimo e notturno.

Elephant (2003, XL Recordings)

Seven Nation Army - Novità: il protagonista è un giro di basso assassino, mentre il riferimento del testo alla Regina d'Inghilterra non è casuale. In Elephant Jack vuole chiudere i conti con la musica inglese, influenza che nella sua discografia si è dimostrata non meno cruciale del blues e della tradizione americana.
Black Math - Un gran pezzo garage, insistito e ripetitivo, che sarebbe appartenuto di diritto agli Stooges se fossero stati più giocosi e meno paranoici.
There's No Home For You Here - Si parte con dei coretti glam e si prosegue con un riff degno dei Big Star: i White Stripes in preda al desiderio di suonare come gli Spiders From Mars sono un gran bel sentire.
I Just Don't Know What to Do With Myself - Glorioso misfatto pop che parte piano ma diventa presto un autobus impazzito. Siamo abituati alle sorprese, ma sentire Burt Bacharach sfigurato così è comunque un piccolo shock.
In The Cold, Cold Night - Meg si piazza davanti al microfono da sola, per la prima volta, e il risultato è una calma canzoncina che le ha attirato paragoni quasi unanimi con Moe Tucker, leggendaria batterista dei Velvet Underground che cantava - di rado - con un'inflessione vocale molto simile. Piacevole ma non epocale.
I Want To Be The Boy To Warm Your Mother's Heart - McCartney fa ancora capolino, questa volta incarnato in una ballad pianistica che sembra spuntar fuori da Abbey Road o dal Let It Be despectorizzato.
You've Got Her In Your Pocket - Di nuovo una ballad, sorretta solo da un sottile arpeggio acustico. Potrebbe far pensare di nuovo al McCartney di Ram, ma come da copione c'è un sentore vagamente più roots.
Ball And Biscuit - Rieccoci al blues elettrico, rieccoci nella Chicago dei primi anni '50. Quanti sono i musicisti della generazione di Jack White che suonano in questo modo?
The Hardest Button To Button - Sembra un pezzo minore, ma cresce dopo qualche ascolto. E' un altro piccolo tributo all'Inghilterra della prima British Invasion, anche se allora non si sarebbero mai sognati di registrare una linea di basso tanto distorta.
Little Acorns - Jack White è cresciuto: in passato un pezzo come questo - fra rozzume alla Melvins e pop anni '60 - sarebbe finito a gambe all'aria, qui tiene alla grande grazie ad una capacità di scrittura decisamente perfezionata.
Hypnotize - Un grande stomper che sembra uscire dritto da una raccolta degli Animals.
The Air Near My Fingers - Rock'n' roll che guarda all'America post-Woodstock. Non così lontano dai Creedence Clearwater Revival di Green River.
Girl, You Have No Faith In Medicine - Si torna al garage con un riff accuminato. Jack rubacchia - non è la prima volta - dallo stile vocale di Roky Erickson.
Well it's True That We Love One Another - Divertessement finale con Holly Golightly (cantante inglese dei disciolti Thee Headcoatees) assieme ai fratellini per cantare una filastrocca maliziosa che gioca con tutte le dicerie dette su di loro in passato.

 

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