UN
ELEFANTE ELETTRICO
The White Stripes: il rock'n'roll ha pane fresco per i suoi
denti!"Elephant". Un titolo che è tutto un programma, per un disco
che sembra essere la sintesi migliore della musica fatta con la chitarra dai
tempi di Robert Johnson ai giorni nostri. Togliamoci dalla testa le fattanze
cool di quei simpatici fighetti chiamati Strokes e le intemperanze poseur
della 'one man band' detta Vines, i White Stripes hanno condensato epoche e
stili tanto diversi tra loro quanto profondamente - e inevitabilmente -
americani. Dalla negritudine dei campi di lavoro degli schiavi a 'The King,
passando da Nashville con tutte le deviazioni che necessitano, senza nessuna
fretta. Abbiamo incontrato l'ex-coppia, il fratello Jack e la sorella Meg,
che di congnome fanno White. Due tipini niente male, l'unica r'n'r band al
mondo che segue dei codici e delle regole ben precise in fase creativa.
Leggendo (e guardando) l'intervista, scoprirete l'auto-regolamentazione che
rende i White Stripes come il loro elefante, che per istinto conosce
perfettamente la ricetta per dosare la sua potenza, e che la distilla prima
di farla vedere al mondo. E non solo: nostalgia per i gentiluomini d'altri
tempi, cosa significa essere cool, music-biz e guerra. Bisogno d'altro?
Poteva essere una giraffa, un rinoceronte, un pettirosso o un topolino.
Invece, è un "Elephant": perché?
Ci sono un sacco di ragioni, ma penso che la principale sia che (cercavamo)
un animale che rappresentasse entrambe le nostre personalità, la mia e
quella di Meg, sia nella vita reale che sul palco. Una creatura che
rappresentasse la maestosità, la goffaggine, il potere,la rabbia,
l’innocenza e tutte queste cose diverse. Sembra la gente abbia dimenticato
come sia realmente un elefante. Credo che se io e mia sorella fossimo una
persona sola, saremmo un elefante.
Le note biografiche diffuse dalla vostra etichetta, indicano un sottotitolo
che recita "The Death of the Sweetheart": cosa intendete con questa
affermazione?
Penso che i gentlemen o i buoni di cuori non possano esistere nel mondo,
specialmente in quello del r’n’r dove viviamo noi. Non ti aspetti che
ragazzi di soli 12 anni abbiano tatuaggi e piercing, o che un uomo dei
sobborghi - specialmente se vive nel ghetto, di solito abbastanza grezzi e
ignoranti - possa pensare che l’ignoranza sia la nuova intelligenza… In
america c’è molta gente che ha questo genere di idee! C’è questa specie
di malessere: musica hip hop nello stereo, videogiochi in mano e
mirrorwannabong sul tavolo. Sono tutte una specie di distruzione della ‘dolcezza’,
i gentiluomini veri sono ormai perduti e potrebbero non tornare mai più. Così,
noi ci stavamo solamente interrogando sul perché stia accadendo questo e
quale sia la cura a questa esposizione ammaliante dei media e della
televisione o se è esattamente come la gente vuole essere. Volevo portare
solo qualche domanda, anche se penso che nella maggior parte dei casi che per
lo sweetheart sia davvero dura esistere al giorno d’oggi!
Rispetto ai vostri precedenti lavori, questo sembra maggiormente influenzato
non tanto dal r’n’r – come ci si poteva aspettare – quanto da certo
hard rock anni ’70 misto a soluzioni acustiche dal sapore country, folk e
blues. Come sono nate le composizioni di “Elephant”?
Solitamente cerchiamo sempre di circoscrivere il nostro lavoro sia sul palco
che in studio o scrivendo canzoni… Ci poniamo sempre dei limiti, cerchiamo
di mettere nella scatola solamente batteria, chitarra e voce. Poi ci
chiediamo ‘OK, che cosa possiamo fare con queste cose?’ C’è chi dice
‘che cosa ne pensi di aggiungere una sezione d’archi o dei fiati?’, ma
non abbiamo intenzione di farci coinvolgere in eccessi o in altre opportunità...
Preferiamo confinarci all’interno di questa scatola e vedere che cosa ne
viene fuori! In studio, quando cominciamo a registrare pensiamo che un album
possa diventare qualcosa di più, ma alla fine avviene questa specie di
esplosione… Abbiamo queste canzoni e abbiamo imposto delle limitazioni, poi
diciamo ‘cosa possiamo farci con queste?’…
La cosa che stupisce maggiormente all’ascolto del vostro nuovo album, è la
grandissima varietà di stili sonori che siete riusciti a condensare nelle 14
canzoni: “Elephant” sembra essere un viaggio nel tempo, pur essendo uno
specchio fedele della contemporaneità nel quale è stato concepito. Quanto
avete voluto coscientemente che il risultato potesse sembrare ‘vintage’?
Penso che ci siamo limitati e abbiamo cercato di stare lontani dall’idea
che volessimo fare un disco con sonorità che rimandassero agli anni
sessanta, di copiare qualcosa... Ci siamo circoscritti e abbiamo cercato di
avvicinarci il più possibile al blues e a ciò che significa per noi,
all’espressione che può nascere da questo, una specie di introspezione che
viene dal blues e che è così sincera. Un’onestà nella ricerca per tutto
quello che suona vero, per tutto quello che ha questo tipo di caratteristiche
che vengono dalla musica del passato, quando le cose erano decisamente
sincere. Ora è tutto talmente coinvolto nella tecnologia computerizzata e
attrezzature digitali, opportunità che diventano eccessi. Oggigiorno è
diventato difficile trovare musica moderna genuina.
È anche per questo che avete deciso di far circolare le copie promozionali
del disco nella sola versione in doppio vinile?
Ci siamo detti che quei giornalisti che non hanno un giradischi, non potevano
occuparsi di noi!
Ma così rischiate che qualcuno si presenti alle interviste senza neppure
aver ascoltato il barrito dell’Elephant!
Già, lo sappiamo! Così siamo in grado di dire immediatamente quanto amino
la musica! Nel giro di poche domande è evidente se hanno ascoltato l’album
oppure no. Cominci a saperlo. È una tecnica interessante quella di
realizzare alcuni vinili, inoltre tiene lontani gli incompetenti per un
periodo più lungo!!! Ma un’altra motivazione è che abbiamo masterizzato
il vinile direttamente dalle registrazioni originali, così il vinile
riproduce una sonorità più fedele del CD. In un certo senso, è un po’ più
puro! E magari riesce a tenere lontani per un po’ i pirati di Internet…
Canzoni come “Seven Nation Army” e “Black Math” sono molto potenti,
mentre pezzi come “Ther’s No Home For You Here” e “I Don’t Know
What To Do With Myself” si muovono in un senso ironico e giocoso, molto
pop. Era proprio il bilanciamento di queste due anime il risultato che
volevate ottenere da “Elephant”?
Il fatto è che non cerchiamo di definire in anticipo in senso musicale come
un album debba essere. Ripeto, ci imponiamo tutta una serie di restrizioni,
ma non del tipo ‘questa non è una canzone alla White Stripes’ oppure
‘questa canzone non funzionerà perché vogliamo fare un album rock o
country!’. Forziamo queste canzoni dentro lo stesso contenitore, le
forziamo e devono funzionare dentro una certa attitudine. Così ogni canzone
ha una propria personalità, perchè tutte sono state scritte in momenti
differenti. Alcune di queste, quattro o cinque, sono state scritte
direttamente in studio di registrazione. Questo è il motivo per cui le
canzoni sembrano avere diverse personalità, perché non sono nate nello
stesso periodo e sono state elaborate in modo diverso, ma abbiamo trattato
ogni canzone individualmente quando le abbiamo registrate e anche abbastanza
velocemente: abbiamo registrato l’album in 10 giorni. Che, di questi tempi,
è una cosa molto veloce, ma abbiamo voluto costringerci a creare in questo
modo!
Ascoltando l’album nella sua struttura in quattro facciate, sembra quasi
che abbiate voluto ricreare coscientemente quattro stili differenti. È stata
anche questa una specie di condizione produttiva che vi siete auto-imposti?
Non veramente, anche perché bisogna considerare la tracklist nella struttura
del CD, ovvero il modo in cui almeno il 98% della gente lo ascolterà. Al
contrario, voi siete stati costretti ad ascoltare il disco basandovi su
quattro facciate, che è una specie di ‘incidente fortunato’!
Come ha agito sulla vostra creatività il successo e l’attenzione che vi
hanno travolto dopo la release di “White Blood Cells”?
Penso che questo ultimo album sia un buon esempio di come non ci siamo fatti
influenzare dalla percezione pubblica e dalla fama della band. Finita la
registrazione, ci siamo resi conto di come ce ne fossimo completamente
dimenticati di come siamo percepiti pubblicamente, non abbiamo parlato del
singolo da proporre e non ci siamo posti il problema se l’album sarebbe
piaciuto… Non abbiamo parlato di nessuno di questi aspetti. L’unica cosa
di cui eravamo contenti, era quello che stavamo facendo e che abbiamo sempre
fatto, cioè essere in studio a creare come al solito, senza essere
influenzati dalla fama della band.
In genere, i musicisti europei sognano di poter venire a registrare in
America, mentre voi avete fatto esattamente il contrario, scegliendo Londra
come patria per “Elephant”. Quale è stato il motivo alla base di questa
decisione?
Il principale motivo è che è difficile trovare uno studio in America che
non sia completamente dotato di strumentazione digitale. Questo è il
principale motivo, ma anche il fatto di ritrovarci in un ambiente nuovo, ci
costringe a essere creativi. Come stavo dicendo prima, è solo un’altra
scatola in cui calarsi per creare: siamo in città solo per due settimane e
dobbiamo finire l’album. Se l’avessimo fatto a Detroit, sarebbe stato
difficile registrare a casa mia: il telefono che squilla e tante altre
distrazioni, non saremmo riusciti a concentrare gli sforzi per fare alcunché.
Quando sei fuori città, completamente lontano da casa, non hai altro da fare
che lavorare sull’album.
Nonostante lo status ormai affermato che vi vuole come una delle più
importanti rock band della nuova ondata, siete anche dei risparmiatori!
Infatti, una delle prime notizie che sono state rese note circa
“Elephant”, è stato il budget impiegato per registrarlo, molto molto
basso. Come mai non avete approfittato dei soldi della label per andare fuori
tutte le notti?
È un’altra delle restrizioni che trovo super-importante per i musicisti e
le band: limitare se stessi. Mi rendo conto che sembra molto impopolare ai
giorni nostri… Questi limiti, queste costrizioni, ci impongono di non
andare a spendere milioni di dollari per passare sei mesi in studio di
registrazione. Abbiamo preso questa decisione secondo la quale non siamo
andati a Los Angeles in qualche posto da 5.000 dollari all’ora, chiamando
il miglior produttore del mondo... Tutte queste regole ti costringono a
creare, a essere più creativo.
Scorrendo la stampa inglese, NME in particolare, il vostro nome e le vostre
facce hanno tenuto banco costantemente, culminando nella classifica dei più
cool del 2002 vinta da Jack. Che effetto ti ha fatto vederti insignito di un
riconoscimento tanto curioso, quanto lontano dalla produzione strettamente
musicale?
Aaahhh… Non so! Tutta gloria passeggera. È una citazione in cui credo: la
gloria passa!!!
Non credete che quest’attenzione morbosa sull’aspetto estetico delle cose
finisca per allontanare l’interesse della gente dalla musica, che si riduce
ad essere considerata quasi come una sorta di conseguenza dell’essere cool?
Siamo in un momento nel quale le nostre idee ruotano intorno al numero tre a
al lato estetico della band. Il fatto di usare solo cose rosse, bianche e
nere ci impedisce di indossare vestiti cool o alla moda, così da non
competere con altra gente, almeno su questo piano. Quando ci vedi suonare dal
vivo, neppure si fa più caso a quali colori portiamo addosso. È come per le
uniformi delle scuole cattoliche, la gente non compete per quelle,
semplicemente tutti indossano la stessa uniforme. Non dobbiamo certo
preoccuparci di questo, se non dare per scontato che sia sempre la stessa
band, è la nostra identità. Ovviamente, questi colori hanno un profondo
significato per noi, sono metafore per quello che pensiamo essere più forte
di quanto non sia il blues. Se la gente cade nell’errore di considerarlo
solo una questione di moda, allora dovrebbero guardare meglio ad altre band
che si preoccupano dei vestiti e del taglio dei capelli. Da noi non potranno
mai avere niente del genere, se non che noi indossiamo sempre gli stessi
vestiti sin dal primo album, da ormai cinque anni. Ecco tutto.
La curiosità della gente, attizzata dal giornalismo britannico che non bada
a colpi bassi pur di avere lo scoop, ha creato non solo la storia degli
ex-coniugi, ma ha anche prodotto un certificato di matrimonio e uno di
divorzio. Ormai questa storia ha assunto proporzioni epiche: come avete
vissuto questa ostinazione a scavare nel vostro passato?
La maggior parte sono bugie. Penso che il problema fosse che non abbiamo mai
fatto molte interviste, dalla quale è derivata una carenza di informazione
su di noi. Così, la stampa inglese è stata costretta a cercare qualcosa da
scrivere su di noi, creando un mucchio di bugie: su chi frequentiamo, su chi
fossimo, sul fatto che non siamo realmente fratello e sorella… Hanno creato
letteralmente una specie di battaglia di informazioni, uscendo con cose del
tipo ‘Jack White sta uscendo con Winona Rider’, che non ho nemmeno mai
conosciuto! E se io dico ‘Non so nemmeno di che cosa stai parlando!’ a
qualche giornale, poi rischio di rimanere coinvolto in una guerra che loro
hanno iniziato, sprofondando al loro livello. Allora, preferisco ignorarli!
Preferisco stare lontano, perché non ha niente a che fare con la musica, ma
con la celebrità che loro ci hanno dato, ma che noi non abbiamo mai voluto,
non l’abbiamo mai cercata! Le persone interessate alla nostra band,
dovrebbero rendersi conto che questa grande attenzione scoppiata attorno a
noi in Inghilterra, è per una band che non ha firmato con nessuna etichetta
discografica, non abbiamo neanche una record label, ma ci siamo prodotti i
nostri tre album senza firmare con nessuno!
Beh, la chiusura dell’album affidata a “Well It's True That We Love One
Another”, sembra sia dedicata proprio a questo argomento, in una sorta di
gioco che amplifica la confusione intorno al vostro rapporto. Come vi è
venuto di comporre un pezzo simile?
Era una cosa che volevamo fare con Holly Golightly (una rock chanteuse poco
conosciuta dalle nostre parti, ex-frontwoman degli Thee Headcoatees negli
anni '90, ndr), perché adoriamo la sua voce e la volevamo in una nostra
canzone! Ho scritto, registrato e mixato quella canzone in un solo giorno, mi
sembrava interessante che noi tre usassimo i nostri nomi reali, ma calandoci
in una situzione immaginaria secondo la quale Holly e io ci amavamo e
parlavamo della nostra relazione, mentre Meg interrompe il dialogo. Così, è
diventata una specie di canzone folk, che – molto tipicamente – conta su
una specie di situazione immaginaria coi veri nomi.
Ai misteri che vi circondano, si è recentemente aggiunto quello degli
Electric Six: inizialmente sembrava che il responsabile del cantato su
“Danger: High Voltage” fosse Jack, poi la cosa è stata smentita dalla
stessa band. Ci puoi dire se si è trattato di uno scherzo pensato per fare
pubblicità ai tuoi conterranei, o semplicemente di un malinteso?
Li abbiamo incontrati a Parigi, e gli ho detto che non avrei parlato mai più
di questa cosa! Sono veramente stanco del confronto, dell’idea di negare o
accettare ciò. Ma sono veramente felice per loro, perché sono stati al
secondo posto in Inghilterra, che non è male per una band di Detroit.
Dunque, non più intenzione di parlarne… Sono stanco, sono un uomo anziano
ormai!
Si era sentito parlare della colonna sonora realizzata per “Cold
Mountain”, il film di Anthony Minghella con Nicole Kidman, ma non si è mai
saputo se e quando sarà mai pubblicata… Vuoi aggiornarci su questo
argomento?
Mi hanno detto che il film uscirà in dicembre in America, ma non so se vale
anche per l’Europa. Credo che la colonna sonora esca insieme al film. È
stato molto interessante: T Bone Burnett ha prodotto la colonna sonora, che
trovo molto bella!
Stentiamo a credere che tu possa aver incarnato una specie di novello John
Williams. Che tipo di musica hai realizzato per questa occasione?
Ah, io non fatto nient’altro che cantare! Loro avevano a disposizione
alcuni dei migliori musicisti bluegrass di Nashville. Io sono andato lì, e
tutto quello che ho fatto è stato interpretare un ruolo di un uomo
innamorato della folk music americana. Il regista cercava qualcuno che
portasse la folk music nel film, qualcuno che potesse interpretare questo
personaggio che cantava, ed ecco tutta la mia relazione con questa cosa…
Sono tutte canzoni vecchie di qualche centinaia di anni!
Si è fatto un gran parlare del forte legame che vi unisce agli Strokes, del
tour che avete fatto insieme in America e dell’apparizione UK. Si era anche
parlato di un singolo da splittare, ma poi se ne sono perse le tracce: esiste
ancora la possibilità che il progetto si concretizzi, prima o poi?
Probabilmente no! C’è stato una specie di malinteso che qualcun’altro mi
ha ispirato! Un giorno stavamo parlando e dissi ‘Dovremmo fare un 45 giri
insieme, potrebbe essere interessante!’. Lo stesso giorno, durante una
chiacchierata con un giornalista, si discuteva sulla possibiltà di lavorare
insieme, e io me ne uscii con qualcosa tipo ‘magari un giorno faremo un
singolo’. Così, ecco il titolo: ‘STRIPES E STROKES FANNO UN DISCO
INSIEME!’ Dunque, non saprei… Io stavo solamente facendo una
conversazione occasionale con qualcuno…
Mi pare che lo scorso settembre abbiate diviso il palco con Jeff Beck, che
avete dichiarato essere tra i vostri idoli. Ci potete raccontare come è
andata?
È stato bello!!! Un’esperienza molto interessante. Quando hanno deciso di
fare questa retrostettiva dedicata a lui, qualcuno si è ricordato che
avevamo detto da qualche parte che eravamo dei suoi fan, e ci hanno chiamato
per fare qualcosa con lui. Non c’era molto tempo, solo una settimana: è
stato un po’ stressante, ma comunque è una grandiosa esperienza lavorare
con lui!
Oltre al grande ex-Yardbirds, avete anche suonato di spalla a David Bowie e
ai Rolling Stones. Che sensazione avete a suonare per il pubblico di questi
grandi nomi della storia del rock?
Non credo che i fan dei Rolling Stones si scomodino a considerare la musica
dei White Stripes, ma in fondo non è importante…
Parlando di collaborazioni, si era sentito in giro che eravate stati sommersi
dalle richieste del bassista Steve McDonald, il quale era decisissimo a farvi
diventare un trio. Avete mai preso in considerazione lui, o comunque, più in
generale, la possibilità di allargare l’organico dei White Stripes?
No… No... NO!!!
I premi ricevuti dal clip di “Fell In Love With A Girl” agli MTV Video
Music Awards, vi hanno confermati come una delle realtà rock più innovative
del nuovo millennio. Avete in programma di realizzare dei video altrettanto
fighi per i singoli di “Elephant”, magari rinnovando la collaborazione
con Michel Gondry?
YEAH! Sarebbe fico, molto fico!!! Abbiamo preso in considerazione l’idea di
lavorare con Jim Jarmush per un videoclip di una canzone tratta dall’ultimo
album, ancora non abbiamo deciso quale. È un’idea decisamente
interessante!
A proposito, quali saranno i singoli estratti da “Elephant”?
Penso che il primo singolo sarà “Seven Nation Army”, mentre invece
“There’s No Home For You Here” è la canzone di cui dovremmo realizzare
il video con Jim Jarmush. Questo è tutto per ora, ma in realtà non c’è
niente di definitivo, non siamo ancora sicuri!
Nel corso degli ultimi due anni si è fatto un gran parlare della rinascita
del rock’n’roll: cos’è il rock&roll per i White Stripes?
Pura energia…La forza del rock, l’elettricità del rock, lo vedo così!
Non è esattamente il mio riferimento, soprattutto quando diventa una
questione di when it becomes songwriting e di introspezione, preferisco
prendere cose più vere e oneste, per cui mi rivolgo al blues. Ma quando c’è
la potenza e l’elettricità, allora ecco il r’n’r!
In UK, programmi come “Pop Idol” o “Fame Academy” hanno catturato
l’attenzione di pubblico e media, provocando una nuova rivoluzione dei
gusti della gente, che sembrava – almeno apparentemente – spostatasi
verso un rock più vero. Che idea vi siete fatti su trasmissioni del genere?
Mah, sai, io non mai visto quel programma! Non so neanche di che cosa si
tratta davvero: quando eravamo a Londra, c’era tantissima gente che parlava
di questo programma, cosa che ha fatto per mesi, ma non capivo di che cosa si
trattasse. Poi è arrivato anche in America, vi farò sapere…
C’è un aspetto del music-biz che ancora vi sorprende e che non amate?
Se il music business mi shocka? Si, è molto shockante!!! Ah, business! In
America abbiamo questo modo di dire: ‘Give somebody the business’ o
‘give them the business’ che, nel linguaggio da duro di uno scaricatore
di porto, corrisponde a uno che è andato fuori di testa.
Siamo in piena guerra con l’Iraq. Quale è il vostro pensiero in merito?
Noi non siamo una band politicizzata, per niente! Non abbiamo un’ideologia
politica. L’ho avuta quando ero un ragazzino, una situazione di speranza in
cui mi preoccupavo di governi e presidenti. Al giorno d’oggi, non ne so
niente, anche perché non mi piace guardare le news, perché non mi piacionno
queste opinioni comprate che zittiscono la gente, stritolata anche da quelle
si suppongano essere fonti libere. Così, a un certo punto della mia vita, ho
scelto di rimanere ignorante, perché mi sembra che sia una situazione che io
non posso cambiare, non so neppure che cosa stia succedendo nella guerra con
l’Iraq, non so neanche un particolare se non quello che sento dire dalla
gente per strada. Comunque c’è una conclusione: la guerra fa male, perché
ammazzare la gente non è una cosa buona! Ora ci direte: ‘Tu, stupido
americano, guardati: pensi di essere divertente?’