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IL ROCK DAI GLOBULI BIANCHI (E ROSSI)
The White Stripes, l’ultimo grido del r’n’r Con il vostro ultimo disco siete improvvisamente entrati nell’occhio del ciclone, tutti parlano di voi e siete trattati come foste dei debuttanti, soprattutto qui dalle nostre parti. Come mai credete che gli altri due altri album non era successa la stessa cosa, è un problema di forma o sostanza?
Jack: È stato solo un problema di disponibilità, la nostra etichetta americana è molto piccola, non è riuscita a far arrivare i dischi in Europa per un po’, si trovavano solo d’importazione, una ventina di copie, credo! Dietro non c’era né promozione né soldi né distribuzione, non siamo mai venuti in tour in Europa fino ad ora, non potevamo affrontarla!

Stando alla copertina di “White Blood Cells” probabilmente vi aspettavate una reazione del genere! Come vi è venuto in mente di realizzare quella cover tanto profetica?
J: È stata solo una casualità! È una metafora di come i "batteri", che rappresentano l’attenzione di parenti e amici, possono influenzare noi, i "globuli bianchi", se questa attenzione è buona o cattiva. Ciò può essere relazionato all’attenzione che stiamo ricevendo in Europa, è divertente!
Leggendo le cose che vi riguardano in giro, molti speculano sul fatto che, piuttosto che fratello e sorella, un tempo siate stati una coppia… Insomma, diteci la verità, please!
J: Siamo fratello e sorella! In Inghilterra si bada molto al gossip. La verità è che abbiamo fatto un’intervista a Time Magazine che non ci è piaciuta, così abbiamo detto all’autore che eravamo sposati, e questi ha pensato di avere uno scoop, tutti gli hanno creduto! Era uno scherzo per lui, ma si è rivoltato contro di noi, nessuno crede più che siamo fratelli!


A proposito di fratellanza, credete sia più comodo e vantaggioso che una band sia formata da persone della stessa famiglia, magari anche solo per una questione di onestà?
J: Sì, è vero! È più facile anche praticamente, si risparmia nelle spese per la sala prove! Ci sono meno maschi, meno testosterone! C’è più equilibrio tra uomo e donna, maggiore comunicazione dato che siamo cresciuti insieme.


Visto che anche per i giovani user di mtv.it siete degli emeriti sconosciuti, non ci spiacerebbe se ci raccontaste un po’ la vostra storia, da dove venite, quali sono le tappe che avete percorso prima di arrivare a oggi, le vostre influenze, quello che volete e quello che vi viene in mente…
J: Siamo cresciuti a Detroit, Michigan, dove viviamo ancora. Abbiamo formato la band un paio di anni fa, casualmente. Meg suonava la batteria, io suono chitarra e batteria fin da piccolo. Abbiamo iniziato suonando musica per ragazzi, molto semplice, incidendo tre dischi auto-prodotti, abbiamo fatto tutto da soli fino a pochi mesi fa. Eravamo liberi di fare ciò che volevamo, speriamo di continuare così!

A proposito, parliamo un po’ di Detroit. Che rapporto avete con la città, quanto vi ha influenzati nella vostra arte?
J: Detroit non ha il feeling di altre grandi città americane come New York o Los Angeles, prevale la desolazione e l’abbandono. Un disco degli Stooges può essere una perfetta colonna sonora per Detroit, che è molto lontana dall’industria della musica e della moda, ma ciò è anche il bello di questa città.

Ma anche Madonna viene da Detroit!
J: Si, ma lei viene dai sobborghi, noi dal centro!

Che scena musicale c’è a Detroit in questo momento? Qualcosa di cui valga la pena parlare?
J: Ci sono tante buone band, come i Von Bondies, che sono con noi in tour, che penso siano la migliore rock-band di Detroit, e almeno altre 20-25 ottime band. È difficile trovarne i dischi, spero sarà più facile in futuro. Siamo parte di una famiglia, tutte meritano attenzione.

Dalle vostre copertine, come pure dal sito, si nota un forte dominio del rosso e del bianco. A che cosa è dovuta questa fissazione, se di fissazione si tratta?
J: È come una scatola in cui ci siamo messi per poter creare più efficacemente. È un modo per limitarci, l’abbiamo sempre fatto non avendo altri membri nella band, altri colori, altri strumenti, nel modo in cui siamo sul palco e registriamo i dischi. È bene limitarsi se si vuole creare, piuttosto che avere tutte le opportunità del mondo, tutti i colori, le tonalità, gli amplificatori, le nuove tecnologie: ciò rovina le buone idee. È meglio chiudersi in una scatola!

Visto che abbiamo parlato del sito, e che questa intervista è destinata a quello di MTV Italia, volete dirci che tipo di vissuto avete con Internet?
J: Non ne so molto, non ho grandi rapporti con la Rete. Altre persone curano il nostro sito per noi, sono un analfabeta del computer! Credo si distrugga la cultura, c’è troppa comunicazione globalizzata.


E a proposito del libero scambio di file musicali in Rete, credete che possa aiutare la diffusione della musica, soprattutto di quella di band sconosciute, oppure – al contrario – affossarla definitivamente?
J: Il problema per me è che la qualità dell’ascolto è pessima, niente di paragonabile ad album e cd. Non credo valga la pena tanta fatica per una qualità così bassa. È carino condividere la musica, ma penso che la gente non vada più a comprare i dischi. Io lo faccio, mi piace avere il disco tra le mani, leggere le note interne. Ma suppongo che a molti il lavoro artistico non interessi, importa solo ascoltare la musica e, non avendo tempo libero, l’ascoltano sul computer e non sullo stereo di casa. Io preferisco lo stereo!

A parte il primo album (omonimo), il secondo – “De Stijl” – e il terzo – “White Blood Cells” – hanno dei titoli decisamente inusuali…
J: Le copertine dei dischi riflettono la semplicità dei contenuti, e anche i titoli si adattano bene ai dischi.

Come lavorate alla composizione dei brani?
J: Provo delle cose con la chitarra acustica o al piano, poi lavoriamo insieme aggiungendo l’"elettricità", in modo da poterle suonare dal vivo, oltre che registrare in studio.

I testi sono spesso raccontati in prima persona. Ma riflettono davvero una scrittura autobiografica, o sono il risultato di calarsi volta per volta in diverse personalità?
J: Gran parte delle canzoni folk sono in prima persona, si raccontano storie ed è bello ascoltarle dal punto di vista dell’autore, o anche da quello di un’altra persona. Noi facciamo entrambe le cose, ma credo che a volte sia meglio, quando si parla di un’altra persona, parlarne in prima persona, come se fosse la tua storia, o viceversa, così da avere diversi punti di vista.

A parte la scelta dei singoli, c’è un brano particolare di “White Blood Cells” che vi sentireste di consigliare ai potenziali ascoltatori, un pezzo che racchiuda in un colpo solo la vostra essenza?
Meg: Forse “Feel In Love With A Girl”. È difficile, comunque, perché ogni canzone suona diversa, ma quel pezzo offre una buona visione del disco.

Il fatto di avere una strumentazione ridotta all’osso è stata una decisione voluta per creare un effetto particolare, o si è semplicemnte trattato di una necessità dovuta al fatto che volevate essere i soli responsabili di questo progetto?
J: È più facile per i concerti, non c’è confusione, c’è solo la storia e la melodia. Non ci sono cinque persone che suonano la stessa cosa, la comunicazione tra noi due è migliore, non è disturbata da altre persone. Non ha niente a che fare con l’"ego", vogliamo solo essere semplici e farci capire, se una canzone è buona non ha bisogno di cose extra, tastiere o ballerini!

Avete delle aspettative particolari rispetto al futuro? Avete una vaga idea di come sarà il vostro?
J: Vogliamo continuare a fare esattamente ciò che abbiamo sempre fatto, con la libertà di fare quel che vogliamo, senza che nessuno crei aspettative su di noi, anche perché è dura aspettarsi qualcosa da noi, ogni canzone è diversa. Non ci sono fuochi d’artificio e sezioni d’archi in vista!

 

 

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